Fare il cameriere a Londra, e altre storie dal centro dell’Europa

Londra

“Dal 2021 diventerà impossibile trasferirsi a Londra per fare il cameriere”. Ero al lavoro, apro il sito del Post sul monitor del pc e leggo, subito, questo titolo. Mi si addice talmente tanto che penso: “Sarà un post sponsorizzato”. E invece no, sono gli effetti della Brexit che, in meno di un anno, hanno reso sei mesi della mia vita improvvisamente irripetibili.

Faccio parte della “generazione Erasmus”, quell’insieme di giovani da 28 Paesi — ora 27? — che decidono di mescolare le proprie vite eliminando i confini disegnati sulle mappe europee, intrecciano usi e costumi e sfidano ogni tipo di barriera (in primis, nel mio caso, quella burocratica) per dimostrare che il mondo è grande, ma non abbastanza.

Da gennaio a giugno dello scorso anno ho vissuto a Londra, precisamente a New Cross. Un quartiere-università che ruota attorno al Goldsmiths College, prima di intersecarsi con Lewisham e sfociare poi nella benestante Greenwich. Londra è enorme. Una metropoli che, se non stai attento, ti risucchia nei suoi mille vicoli e ti abbaglia con i riflessi degli uffici in cima ai grattacieli, non-luoghi che liberano tutte le nostre insicurezze. La competizione è indomabile in tutti i settori, dalla ristorazione alla finanza, e i prezzi del mercato immobiliare corrono fuori da ogni logica e alimentano un circolo vizioso dove gli abitanti passano con nonchalance da un rooftop nel Mayfair a a spese notturne negli Iceland dei periferia.

“Se non lo trovi a Londra, forse non esiste!” recitano i magazzini Harrods, e forse è vero. Percorrere la città, in lungo e in largo, per sei mesi è stata una sfida. Tra la folla di Oxford Street (nota a posteriori: “se la conosci la eviti”) e la calma di South Kensington passano mille universi differenti, centinaia di storie e di filosofie dicotomiche. Contrasti a cui è impossibile abituarsi, e che attenuano le differenze milanesi tanto che Ticinese e le Cinque Vie sembrano, tutto sommato, parte di un unico corso.

C’è qualche perla nascosta, quei luoghi dove i turisti del weekend ancora non si spingono. Wimbledon e i Kew Gardens, i Mews di Notting Hill (troppo lontani dal centro per essere presi d’assalto, nonostante Hugh Grant e Julia Roberts) e la città-quartiere di Greenwich, dove andavo spesso. Mi piace pensare che ogni abitante abbia una propria mappa personale di Londra, perché è impossibile abbracciare la città intera. Ognuno crea i propri punti di riferimento, un percorso dettato dai ricordi e dalle esperienze, con angoli smussati da qualche pinta di troppo e strade percorse a piedi, e se le distanze a volte sembrano infinite ci sarà sempre qualche fermata di metropolitana, anche se lì sotto il telefono non prende. Mai.

In sei mesi ho fatto diversi lavori, qualche stage nel marketing e anche in un ufficio di consulenza a Westminster (i migliori ricordi sono arrivati dal pub di fronte). Nell’ultimo periodo, ho fatto la cameriera. A Shoreditch. Può esserci luogo comune migliore? Si trattava di un ristorante italiano, con personale rigorosamente italiano. L’inglese, insomma, era un optional da usare con i clienti per consigliare i migliori ravioli del momento e chiedere se preferissero l’acqua still o sparkling. A fine turno, tornavo in treno alle due di notte, e le carrozze erano piene come a mezzogiorno. Non mi sentivo in pericolo, e questa è una delle tante cose che non mi hanno fatto rimpiangere l’Italia.

Nono sono andata a Londra per servire ai tavoli, ma sono contenta di averlo fatto. Sapere che, tra pochi mesi, i cosiddetti “lavoratori non qualificati” che sognano di crogiolarsi, almeno per un po’, nel caos delle metropoli inglesi andranno incontro a mille limitazioni mi fa sentire reduce da un’esperienza in qualche modo “sbagliata”. Ma la legge è umana, non divina, e gli uomini sbagliano. Londra è stata il centro della “mia” Europa, molto più di Bruxelles o Strasburgo, e mi ha mostrato veramente cosa significa unire mille culture e girare il mondo in un pomeriggio. Il Regno Unito ha scelto di accogliere soltanto l’élite: gli studenti delle università più prestigiose continueranno a essere i benvenuti.

Ora, una cosa è certa: ora gli inglesi dovranno imparare a fare i camerieri.

 

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