I tamponi per il Covid-19 mostrano cosa vuol dire essere privilegiati, nel 2020

Paulo Dybala, Boris Johnson, Tom Hanks, Nicola Zingaretti, Alberto Cirio, Harvey Weinstein, Kevin Durant. Sono solo alcuni dei protagonisti della politica, dello sport o del cinema che sono risultati positivi al Covid-19.

Nelle alte sfere della società, infatti, qualche colpo di tosse o poche linee di febbre sono sufficienti ad assicurare l’accesso immediato a test e controlli. Mentre medici, infermieri e cittadini comuni con sintomatologie ben più gravi — e rivelatorie — aspettano nei corridoi degli ospedali o in quarantena domiciliare, rischiando di allungare in modo esponenziale la catena dei contagi. 

In Italia, dal 26 febbraio scorso, seguendo le direttive del Ministero della Salute vengono sottoposti a tampone soltanto i cittadini sintomatici (in particolare, con problemi respiratori o febbre) che hanno avuto contatti con un caso probabile o confermato di Covid-19, provengono da aree con trasmissione locale o sono ricoverati in ospedale. A partire dal 27 marzo, grazie al promettente calo dei contagi in Lombardia, il governatore Attilio Fontana ha annunciato che i tamponi saranno disponibili anche ai potenziali casi monosintomatici, cioè coloro che presentano soltanto febbre o tosse. 

In data 28 marzo, i tamponi eseguiti sono stati 429.526, ripartiti su tutto il territorio nazionale ma con numeri maggiori nelle Regioni più colpite come Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. In realtà, come spiega YouTrend, questo non significa che quasi 430mila italiani siano stati sottoposti al test: in molti casi, infatti, un cittadino può aver fatto il tampone più volte per diversi motivi, come i tamponi dal risultato incerto o i vari test che vengono eseguiti su un paziente in via di dimissione per assicurarsi che sia realmente guarito.

Non sempre, però, l’accesso al tampone è immediato e garantito a tutti. “Ho la febbre e la tosse. Ma non mi fanno il tampone. Che altri sintomi dovrei avere per essere sottoposto ai controlli per il coronavirus? Resto a casa, in quarantena, con la paura di infettare mia moglie e le mie figlie” dice Luigi, da Frosinone. “È da martedì che non mi sento bene con i seguenti sintomi: febbre, tosse, mal di testa, fatica a deglutire, nausea e vomito. Alle 19 mi decido, prendo la macchina e vado in Ospedale. Chiedo se è possibile fare questo benedetto tampone… la risposta è ‘non possiamo farlo perché non presenti i sintomi del virus e non sei stato a contatto con persone o zone rosse’… Il risultato è che a seguito della radiografia mi hanno trovato un inizio di polmonite e nonostante questo NON mi faranno il tampone” denuncia sul suo profilo Facebook Filippo, di Verbania. Sul Fatto Quotidiano, anche un medico di famiglia biellese lancia l’allarme: “Attualmente ho quattro pazienti con polmonite interstiziale, ma non è possibile sottoporli a tampone”. Hanno tra i 25 e i 40 anni, e più di 38 di febbre, ma per il test serve la certezza del contatto con un positivo. “Sono commercianti, avranno incontrato decine di persone. È impossibile”. 

La situazione è la stessa anche per gli operatori sanitari, che proprio sul posto di lavoro vengono quotidianamente a contatto con decine di persone positive. “Una mia collaboratrice, impegnata da subito in questa battaglia e con contatti quotidiani con pazienti affetti da Covid 19 disease, pochi giorni fa si è ammalata, manifestando sintomi e segni tipici della patologia virale; contattati più volte i numeri di emergenza nazionale, le è stato negato il tampone” denuncia al Corriere della Sera il primario Nicola Mumoli, che dirige l’unità di Medicina interna all’ospedale di Magenta (MI). “Invece oggi [23 marzo, ndr] le pagine delle cronache riportano le buone condizioni di calciatori, attori e politici che esattamente come la mia collaboratrice hanno avuto «contatto con persone positive e sintomi da virosi» ma cui, a differenza della dottoressa, è stato eseguito il tampone e quindi formulato un corretto programma sanitario di controllo. Se si deve scegliere tra un calciatore e un medico non ci sono dubbi e ci sentiamo condannati a sparire sotto quella mascherina che indossiamo ogni giorno con grande fierezza, esercitando un lavoro che mai come ora consideriamo un privilegio”. 

Il 26 marzo l’Istituto Superiore di Sanità ha reso noto che gli operatori sanitari contagiati sono 6.414. I deceduti sono 51. Tredici medici bergamaschi hanno fatto sentire la propria voce sul New England Journal of Medicine: senza tamponi o dispositivi di protezione adeguati, gli ospedali gli ospedali diventano i primi centri di potenziale contagio e anche i volontari delle ambulanze, pur se asintomatici, contribuiscono alla diffusione del virus.

Se per un cittadino comune, febbre alta e tosse costante non sono sintomi sufficienti a garantire una diagnosi veloce ed accurata, nel mondo della politica o dello sport basta molto meno. 

Nell’alta società la maggior parte dei test, infatti, sono stati eseguiti su persone asintomatiche o con indicatori estremamente flebili. “Sto bene, starò in isolamento domiciliare” dice il segretario del Pd e presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, annunciando di aver contratto il virus con un video su Facebook. Il tampone è scattato dopo aver accusato “qualche linea di febbre, mal di testa e occhi arrossati”.  

Dopo il risultato positivo, è immediatamente scattata la caccia a tutti coloro che sono stati in contatto con Zingaretti, un’operazione colossale considerando i numerosi impegni mondani da segretario e governatore. Immediati i controlli per gli esponenti del Partito Democratico: “Non ho alcun sintomo ma ovviamente farò dei controlli”, dice addirittura il vicesegretario Andrea Orlando.

Sottoposto al test pur se asintomatico (e poi risultato negativo) anche il giornalista Bruno Vespa, che aveva ospitato Zingaretti in trasmissione.

Dinamica simile anche per il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio: “Sono positivo al coronavirus. Mi sono sottoposto al tampone in via puramente cautelativa, senza avere alcun tipo di sintomo” ha detto su Facebook. Il test è scattato dopo un incontro a Palazzo Chigi, a cui era presente anche Zingaretti.

Non solo politica. Sono tanti gli atleti sottoposti a tampone “per precauzione”, senza sintomi o in seguito a qualche colpo di tosse. Seguendo questa logica sono stati disposti controlli per intere squadre di calcio, compresi familiari e conviventi. 

“Daniele si sentiva poco bene, aveva qualche linea di febbre… sono venuti a casa a farci il tampone” racconta Michela Persico, fidanzata del difensore juventino Daniele Rugani, che il giorno dopo è risultato positivo al coronavirus. Temperatura a 37,5° quindi, e qualche colpo di tosse: abbastanza per correre ai ripari e sottoporsi al test, se sei un calciatore di serie A.

Alla fine, tutto il mondo è paese, e la corsia preferenziale per i vip si fa strada ovunque. In Inghilterra, per esempio, il premier Boris Johnson e il ministro della Salute Matt Hancock sono risultati positivi dopo aver accusato “sintomi lievi”. La BBC fa sapere che nel Regno Unito “soltanto coloro che presentano sintomi gravi” hanno diritto al test, con l’eccezione del personale sanitario. Positivo anche il Principe Carlo, l’erede al trono, attualmente in isolamento domiciliare in Scozia e con “sintomi lievi”. 

In Spagna, dopo la conferma di positività da parte delle ministre Irene Montero (Pari Opportunità) e Carolina Darias (Politiche territoriali e della Funzione pubblica), tutti i membri del governo — con o senza sintomi — sono stati sottoposti al test. Controlli immediati anche per l’entourage del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, dopo che un suo collaboratore era stato contagiato nel corso di una visita a Mar-a-Lago, in Florida: testati anche il presidente Trump e i suoi vicinissimi.

Nello sport, i giocatori dell’NBA sono stati tra i primi a ricevere il tampone, mentre milioni di americani erano in coda negli ospedali per cercare di capire come la situazione sarebbe stata gestita. “Questo dimostra l’ipocrisia della nostra società, e chi davvero viene tenuto in considerazione dalle persone con soldi e potere” ha detto al Washington Post una cittadina in attesa del test. Quando interrogato sui palesi privilegi che le “celebrità” stanno riscontrando anche nel corso di una pandemia, il presidente Donald Trump ha detto: “Non credo ci dovrebbero essere preferenze, ma così è la vita”. A quanto pare, per una volta ha ragione.

“Aspetta, sto arrivando”

Cronache dalla quarantena

Il 22 marzo sono andata a fare la spesa in un negozio di alimentari a pochi passi da casa, in un piccolo paesino nel Nord-Est di Milano. Proprio di fronte al supermercato c’è una Chiesa, dove ho frequentato il catechismo e andavo a messa, fino alle medie. Di fianco, un parco con i giochi per bambini, di quelli che da piccoli ti piacciono tanto da passarci interi pomeriggi con gli amici.

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Fare il cameriere a Londra, e altre storie dal centro dell’Europa

“Dal 2021 diventerà impossibile trasferirsi a Londra per fare il cameriere”. Ero al lavoro, apro il sito del Post sul monitor del pc e leggo, subito, questo titolo. Mi si addice talmente tanto che penso: “Sarà un post sponsorizzato”. E invece no, sono gli effetti della Brexit che, in meno di un anno, hanno reso sei mesi della mia vita improvvisamente irripetibili.

Faccio parte della “generazione Erasmus”, quell’insieme di giovani da 28 Paesi — ora 27? — che decidono di mescolare le proprie vite eliminando i confini disegnati sulle mappe europee, intrecciano usi e costumi e sfidano ogni tipo di barriera (in primis, nel mio caso, quella burocratica) per dimostrare che il mondo è grande, ma non abbastanza.

Da gennaio a giugno dello scorso anno ho vissuto a Londra, precisamente a New Cross. Un quartiere-università che ruota attorno al Goldsmiths College, prima di intersecarsi con Lewisham e sfociare poi nella benestante Greenwich. Londra è enorme. Una metropoli che, se non stai attento, ti risucchia nei suoi mille vicoli e ti abbaglia con i riflessi degli uffici in cima ai grattacieli, non-luoghi che liberano tutte le nostre insicurezze. La competizione è indomabile in tutti i settori, dalla ristorazione alla finanza, e i prezzi del mercato immobiliare corrono fuori da ogni logica e alimentano un circolo vizioso dove gli abitanti passano con nonchalance da un rooftop nel Mayfair a a spese notturne negli Iceland dei periferia.

“Se non lo trovi a Londra, forse non esiste!” recitano i magazzini Harrods, e forse è vero. Percorrere la città, in lungo e in largo, per sei mesi è stata una sfida. Tra la folla di Oxford Street (nota a posteriori: “se la conosci la eviti”) e la calma di South Kensington passano mille universi differenti, centinaia di storie e di filosofie dicotomiche. Contrasti a cui è impossibile abituarsi, e che attenuano le differenze milanesi tanto che Ticinese e le Cinque Vie sembrano, tutto sommato, parte di un unico corso.

C’è qualche perla nascosta, quei luoghi dove i turisti del weekend ancora non si spingono. Wimbledon e i Kew Gardens, i Mews di Notting Hill (troppo lontani dal centro per essere presi d’assalto, nonostante Hugh Grant e Julia Roberts) e la città-quartiere di Greenwich, dove andavo spesso. Mi piace pensare che ogni abitante abbia una propria mappa personale di Londra, perché è impossibile abbracciare la città intera. Ognuno crea i propri punti di riferimento, un percorso dettato dai ricordi e dalle esperienze, con angoli smussati da qualche pinta di troppo e strade percorse a piedi, e se le distanze a volte sembrano infinite ci sarà sempre qualche fermata di metropolitana, anche se lì sotto il telefono non prende. Mai.

In sei mesi ho fatto diversi lavori, qualche stage nel marketing e anche in un ufficio di consulenza a Westminster (i migliori ricordi sono arrivati dal pub di fronte). Nell’ultimo periodo, ho fatto la cameriera. A Shoreditch. Può esserci luogo comune migliore? Si trattava di un ristorante italiano, con personale rigorosamente italiano. L’inglese, insomma, era un optional da usare con i clienti per consigliare i migliori ravioli del momento e chiedere se preferissero l’acqua still o sparkling. A fine turno, tornavo in treno alle due di notte, e le carrozze erano piene come a mezzogiorno. Non mi sentivo in pericolo, e questa è una delle tante cose che non mi hanno fatto rimpiangere l’Italia.

Nono sono andata a Londra per servire ai tavoli, ma sono contenta di averlo fatto. Sapere che, tra pochi mesi, i cosiddetti “lavoratori non qualificati” che sognano di crogiolarsi, almeno per un po’, nel caos delle metropoli inglesi andranno incontro a mille limitazioni mi fa sentire reduce da un’esperienza in qualche modo “sbagliata”. Ma la legge è umana, non divina, e gli uomini sbagliano. Londra è stata il centro della “mia” Europa, molto più di Bruxelles o Strasburgo, e mi ha mostrato veramente cosa significa unire mille culture e girare il mondo in un pomeriggio. Il Regno Unito ha scelto di accogliere soltanto l’élite: gli studenti delle università più prestigiose continueranno a essere i benvenuti.

Ora, una cosa è certa: ora gli inglesi dovranno imparare a fare i camerieri.

 

Disoccupazione femminile: la Calabria va in controtendenza

Il tema della disoccupazione femminile è ritornato al centro del dibattito pubblico e politico grazie alle recenti elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna. Mentre Bonaccini, però, vantava i successi della sua amministrazione emiliano-romagnola, il candidato indipendente Carlo Tansi denunciava “l’escalation” del fenomeno della disoccupazione femminile in Calabria, fanalino di coda delle classifiche negli ultimi quattro anni. 

Le Regioni

Effettivamente, dati alla mano, nel periodo 2015-2018 la Calabria è sempre stata in fondo alle classifiche nazionali riguardanti la disoccupazione femminile. Secondo i dati Eurostat, nel 2015 il tasso di disoccupazione femminile era del 23,7%: il dato peggiore nel nostro Paese, staccato di ben 0,7 punti percentuali dalla penultima Regione, la Campania. La situazione ha toccato il picco negativo l’anno successivo, quando l’indicatore segnava 26,3%. Poi, una ripresa lenta ma non sufficiente: i dati riportano che nel 2016 il 24,2% delle donne calabresi non aveva un lavoro, per arrivare al 24,9% nel 2018: parliamo di 67mila persone. Complessivamente, tra il 2015 e il 2018 in Calabria il numero di donne disoccupate è aumentato del 5,1%.

 Disoccupazione femminile in Calabria, dal 2015 al 2018
Disoccupazione femminile in Calabria, dal 2015 al 2018

Per fare un confronto restando in tema elettorale, dal 2015 al 2018 in Emilia Romagna i livelli di disoccupazione femminile sono migliorati del 19,8% e le donne senza lavoro sono passate da da 86mila a 71mila.

Le province

A livello provinciale, nel periodo 2015-2018  tre province calabresi su cinque hanno visto peggiorare il tasso di disoccupazione femminile: Cosenza (+12%), Crotone (+21%) e Vibo Valentia (+13%). Sia a Catanzaro che a Reggio Calabria, invece, c’è stato un calo del 5%. In Emilia Romagna, su 9 province abbiamo una sola casella rossa: a Reggio Emilia, le donne non lavoratrici sono salite dal 4,8% al 6,8%. È anche importante sottolineare, però, che questi tassi non si riescono comunque ad avvicinarsi a quelli calabresi. Nel 2018, a Crotone i 35,3% delle donne non lavorava: il dato peggiore tra tutte le province italiane.

Disoccupazione femminile province Calabria, 2015-2018
Disoccupazione femminile province Calabria, 2015-2018

 

 

 

 

Disoccupazione femminile province Emilia Romagna, 2015-2018
Disoccupazione femminile province Emilia Romagna, 2015-2018

I comuni

Per restringere ancora di più la nostra lente di ingrandimento e analizzare la situazione a livello comunale occorre tornare indietro al 2011, la data dell’ultimo censimento. In Calabria, il livello più alto di disoccupazione femminile è stato toccato a Mongiana, in provincia di Vibo Valentia, dove nove anni fa il 63,6% delle donne non lavorava.

Disoccupazione femminile in Calabria, livello comunale (2011)
Disoccupazione femminile in Calabria, livello comunale (2011)

La situazione è addirittura andata peggiorando dal precedente censimento, relativo al 1991, quando il record negativo era detenuto da Feroleto della Chiesa (RC), con un tasso del 59,9%. Continuando il confronto con l’Emilia Romagna, nel 2011 il comune con il maggior livello di disoccupazione era Zerba, in provincia di Piacenza, dove il 44,4% delle donne non lavorava. Pur restando un dato allarmante, è comunque ben inferiore al record calabrese e rappresenta una singolare eccezione: il secondo comune con il livello di disoccupazione più alto, infatti, era Pecorara, sempre a Piacenza, dove il tasso registrato è stato del 22,4%. Uno stacco netto, quindi, tra i primi due comuni emiliano-romagnoli. Circostanza che non si verifica in Calabria, dove la classifica procede in maniera graduale indicando il 62,4% di disoccupazione femminile a San Lorenzo Belizzi (CS) e il 60,3% a Zungri (VV).

Disoccupazione femminile in Emilia Romagna, livello comunale (2011)
Disoccupazione femminile in Emilia Romagna, livello comunale (2011)

E in Europa?

In Calabria, il fenomeno delle disoccupazione femminile va quindi in controtendenza rispetto all’andamento nazionale: se complessivamente in Italia l’indicatore segue un trend di miglioramento, nella punta dello stivale le donne restano sempre più a casa. Ritroviamo questa situazione negativa — anche se solo parzialmente — analizzando il più ampio quadro europeo. Nel periodo 2015-2018, infatti, l’Italia ha perso quattro posizioni nella classifica con i 28 Stati, pur riuscendo ad abbassare la disoccupazione femminile a livello nazionale. Nel 2015 il tasso era del 12,7% ed eravamo in 22esima posizione. Nel 2018, pur con un livello di disoccupazione femminile sceso all’11,8% e un tasso di disoccupazione totale diminuito dall’11,9% al 11,6%, siamo caduti in 26esima posizione: significa che, pur migliorando a livello nazionale, gli altri Paesi europei hanno fatto meglio di noi. 

Disoccupazione femminile in Europa, 2015 vs 2018
Disoccupazione femminile in Europa, 2015 vs 2018

Database di riferimento: Database disoccupazione femminile Calabria

Mantova, 8 settembre 2019

Ogni anno, in settembre, Mantova si riempie di libri. Per cinque giorni la piccola città lombarda prende vita e le parole trovano libero sfogo in tutte le loro combinazioni. Letture, spettacoli o concerti: è il Festival della Letteratura, arrivato nel 2019 alla sua ventrireesima edizione.

Sono stata a Mantova per la prima volta tre anni fa, incuriosita da un’amica che lavorava al Festival come volontaria quando aveva 18 anni. O forse erano 19, non ricordo. Che poi, si può lavorare come volontari o diventa un ossimoro per definizione?

In ogni caso, sono tornata per l’edizione successiva e quest’anno ero lì ancora, per la prima volta come autrice. Insieme ad Isabella, un’amica conosciuta in Università (leggete il suo blog, è davvero bello: isabelladesilvestro.com) abbiamo deciso di partecipare a uno dei concorsi organizzati dal Festival: Meglio di un Romanzo. Un riferimento immediato, almeno per me, all’altra forma di scrittura altrettanto affascinante: il giornalismo.

Domenica 8 settembre siamo salite sul palco allestito in Piazza Leon Battista Alberti per presentare Zakaria. Erano le 10 di domenica mattina, pioveva. La giacca di pelle che indossavo non fermava il freddo di un’estate ormai lasciata alle spalle. Io e Isabella ci guardavamo piene di interrogativi: cosa dovremo dire? Ci chiederanno qualcosa? E poi: ma almeno avranno visto il video?


Zakaria è un reportage in potenza, un progetto ancora in fase embrionale che vuole raccontare la storia di Zakaria Jemai, uomo tunisino di 63 anni che nel 1983 ha disertato l’esercito ed è arrivato in Italia come rifugiato politico. Da quel momento corre veloce una biografia troppo lunga per essere raccontata qui, in cui lo scenario si sposta rapidamente dalla stabilità ritrovata in una famiglia come tante ad una cella di isolamento in un carcere dalla Calabria.

Oggi, Zak vive nel suo Castello: un vecchio stabilimento abbandonato nel quartiere di Comasina, alle porte di Milano. Dal 2010 non ha acqua corrente, luce elettrica o gas. 
La storia di “Zak” — come ama farsi chiamare dagli amici — è la storia di un uomo capace di perdere e ritrovare la propria dignità in ogni situazione, è un racconto che esula dalla classica dialettica usata nei confronti dei migranti, sempre e solo vittime o carnefici, e che vuole mostrare cosa significhi davvero sapersi reinventare.

Ecco, questo è Zakaria.

M. Il figlio del Secolo

Non poteva esserci momento migliore per leggere l’ultimo romanzo di Antonio Scurati, M. Il figlio del Secolo. edito da Bompiani nel Settembre 2018 e vincitore dell’ultimo Premio Strega. Intendo “momento” in senso lato perché, effettivamente, non si presenta proprio come la lettura leggera che ci piacerebbe sfogliare sotto l’ombrellone il 15 di Agosto (come ho fatto io, maledicendomi per quelle 850 pagine da incastrare nella borsa mare).

M. Il figlio del Secolo è un romanzo che racconta una storia vera, anche se a volte si stenta a crederlo. Siamo in Italia, tra Milano e Roma passando per tutto ciò che c’è in mezzo. Il punto d’inizio è il 1919 e, appena finita la Grande Guerra, l’Italia si prepara — ancora inconsciamente — a viverne altre due: una mondiale e una civile, intestina. Immergendoci nelle pagine ripercorriamo l’ascesa del fascismo fino alla sua proclamazione definitiva e irreversibile, nel 1924. Cinque anni di lotte e di violenze che troppo spesso vengono dimenticate o riassunte in qualche paragrafo scarno nei libri di scuola.

M. Il figlio del Secolo è un libro che fa luce su un periodo storico oggi dimenticato. Durante i miei studi in Filosofia ricordo molto bene un esame di Storia Contemporanea incentrato proprio sul secondo dopoguerra italiano. Neanche in quell’occasione, tra i banchi universitari, ho avuto l’opportunità di approfondire gli arbori del fascismo e, quando mi sono ritrovata a leggere di violenze e massacri da parte dei primi militant, mi sono chiesta come fosse possibile che tanta ingiustizia sia rimasta fuori dal canone di cultura storica italiano.

Tutti conoscono l’epilogo toccato a Mussolini e ai suoi fedelissimi, ma forse ripercorrere i metodi e le strategie che hanno messo loro il Paese su un piatto d’argento è ancora più importante per prevenire l’arrivo di un’altra ondata nazionalista.

Lascio anche delle frasi che mi hanno particolarmente colpito per il rimando alla situazione attuale e che avevo già pubblicato sul mio profilo Instagram:

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The Italian Russiagate

What’s going on between Italy’s first far-right party, Russian financiers, two lawyers, an Anglo-German bank and lots, lots of money.

It’s Thursday, October 18th. Six important men sit together in the hall of the luxury hotel Metropol in Moscow. They are discussing the exchange of 65 million dollars in illegal funding for the far-right Italian party Lega, whose leader is the current Italian Minister of the Interior and Vice Prime Minister Matteo Salvini.

The identities of the six participants haven’t been fully verified yet. Most of what we know at the moment comes from two sources: a journalistic investigation conducted by Alberto Nardelli and published on the American website BuzzFeed News on July 11th, 2019 and a serie of reportages by the Italian weekly publication L’Espresso, which is following the case since last February.

The story is long and tangled and it went on for several months after the first meeting, coming to involve the first Italian Oil and Gas Company, two lawyers, an Anglo-German bank and lots, lots of money.

Here is what we know about “Moscopoli.”


Matteo Salvini (left) and Gianluca Savoini (right) in Moscow

Of the six men that took part in the muscovite meeting last October three were Italian and three Russian. The first one to have been identified is Gianluca Savoini, Matteo Salvini’s long-time friend — “We firstly met during university days, back in 1992” the vice PM will say — and founder and current President of the association Lombardia-Russia whose official aim is to improve and facilitate the relationship between Italy and Russia. Actually, the association imports Putin’s sovereign and nationalist perspectives while it openly collaborates with media institutions such as Sputnik News Italia, widely recognised as part of the Russian propaganda machine. “Associazione Lombardia-Russia” was virtually unknown before the scandal, and its activities still remain quite foggy.

Savoini used to work as Salvini’s spokesman but at the moment he does not have any official role in the government. Nevertheless, he is always standing next to the Vice Prime Minister during his five official visits to Russia since 2013. So much so that eventually many newspapers started referring to Savoini as an Adviser to the Minister, and he used to justify his presence to the institutional meetings with the same words.

BuzzFeed News published some extracts of an audio file that allegedly recorded the conversation at the Metropol hotel. There, Savoini’s voice is clearly recognisable as he acts as the leader of the Italian group. At the beginning of the conversation, he claims: “Next May will be the European Elections. We want to change Europe. A new Europe has to be close to Russia […] Salvini is the first man that ants to change all Europe.”

Gianluca Meranda (left) and Francesco Vannucci (right)

The other two Italians that took part in the negotiations revealed their identity of their own will shortly after the publication of BuzzFeed’s article. They are Gianluca Meranda, international lawyer who was at the Metropol on behalf of an Anglo-German bank interested in “negotiating the purchase of Russian petroleum products” and his partner and Banking Advisor Francesco Vannucci. Later on, L’Espresso will say that the “Anglo-German bank” in question is Euro-Ib, for which Meranda worked as consultant for 9 months between 2016 and 2017.

For what concerns the Russian representatives, only one has been identified with certainty: he is Ilia Yakunin, a man closely linked to Russia top levels of power. In facts, during the conversation he often reaffirms his need to wait for “his superior” to give a green light to the deal. Yakunin is talking about Vladimir Nikolaevich Pligin, muscovite lawyer and close friend with Vladimir Putin. L’Espresso found out that the night right before the Metropol meeting, on October 17th 2018, the Italian Minster of the Interior and Lega’s Secretary Matteo Salvini met with the Russian Vice PM and Head of Energy Affairs Dmitry Kozak directly in Piglin’s study. When asked on the subject, Salvini refused to reveal the details of the meeting — which was not on the official schedule — and simply said he didn’t remember.


After Savoini’s introduction and presentation, the conversation at the Metropol hotel started getting to the heart. The six men negotiated the delivery of 65 millions dollars to Salvini’s party Lega, which would have been used to finance the upcoming European elections (held on May 26th, 2019.) The transaction would happen through a complex and ambiguous system that involves the sale of 3 millions tons of diesel from a Russian to an Italian Oil Company during the course of a year, meaning an actual exchange of 250.000 tons every month. However, the Russian company would allow a 6,5% discount over the standard diesel price, thus creating an estimated “black hole” of $65 millions that would go directly into Lega’s coffers. Furthermore L’Espresso stated that, at the end of the meeting, the two parts agreed upon the possibility of adding to the diesel a further supply for 3 tons of aviation kerosene, thus actually doubling the final profit.

This is completely forbidden in the Italian legislative system, which allows parties to receive foreign donations only up to a limit of €10.000. In this regard, it is curious that Salvini’s Lega tried to modify twice that particular law and uncap foreign donations within a few months after the reunion in Moscow. The first attempt, failed, was made only 10 days after the Metropol meeting. A second and luckier attempt took place in April, 2019 when the Lega succeeded in legalising grants received from abroad for “foundations and committees,” which — Repubblica claims — are often used as a secondary channel for financing political institutions.

The Oil and Gas companies mentioned during the meeting correspond to ENI on the Italian side, and Rosneft before and Gazprom after for Russia. In fact, L’Espresso published several documents marked with the Euro-Ib letterhead and drawn up by Meranda on October 29th, 2018: only 11 days after the meeting. In the papers the Anglo-German bank expresses its interest to purchase the agreed 6 tons of diesel and kerosene from Rosneft. The request is signed by the Italian manager of Euro-Ib, Gianluca Verdoia. Interviewed by La Repubblica, Verdoia will say that Meranda used Euro-Ib’s name for activities out of his knowledge or control, and he will plead completely innocent.

On February 8th, 2019 Meranda uses Euro-Ib’s name again to communicate directly with Savoini and inform him that another Russian company, Gazprom, refused the deal. During a four months timeframe their foreign interlocutor for the delivery of the diesel has changed for reasons that are still not clear.

For its part, after the scandal blew up the first Italian Oil and Gas Company ENI has categorically denied any involvement in the deal, affirming to have never concluded any economic transaction with Euro-Ib and to have never taken part in activities aimed at financing political parties.

At the moment we do not know if the supply actually went through or if the Lega ever received any money from Russia. Nonetheless, official documents and incriminating audio recording have been spread.


The publication of BuzzFeed’s reportage inflamed the Italian political debate, fostering discussions among the already unstable government. The only one to remain silent is Matteo Salvini who, cornered by journalists and politicians’ demands for transparency, defined the whole set of events as “mere fantasies” and an “unfounded spy movie.”

Salvini is widely known for being particularly active on social media, with an average of 10 tweets per day back in 2018. Nevertheless, his Facebookand Twitter pages lack any reference whatsoever to the Moscow events and to the later developments. Lega’s representatives are desperately trying to divert attention by focusing on other problem which, in all likelihood, in a different moment would easily have gone on the back burner. For instance, they created what Repubblica calls a “social wave” about Bibbiano, a small town in central Italy where about two weeks before the release of BuzzFeed’s investigation a team of journalists discovered illegal operationsin the management of children’s adoptions procedures. The hashtag #ParlatecidiBibbiano (“Tell us about Bibbiano”) became viral in a matter of hours, leaving the developments about the Metropol meeting in the shadows.

A quick analysis on Google Trends confirms this idea. If we compare the number of searches in Italy for the keywords “Savoini” and “Bibbiano”, it’s clear how the latter is by far more popular in the timeframe June 27th — July 27th.

Google trend Bibbiano Savoini
Source: Google Trend, July 27th 2019

The Interior Minister is avoiding the “Moscopoli” topic also in person, refusing to address Parliament in spite of the several demands for clarity. On July 24th the Italian Prime Minister Giuseppe Conte reported about the case in front of the Senate. Right before his speech, though, the members of the majority party Movimento 5 Stelle — which currently forms the government coalition together with the Lega — left the room as a form of protest, later claiming that the one to speak and explain his standpoint should have been Salvini himself.

Conte did not say anything particularly shocking. The most important declaration relates to the fact that, according to the Prime Minister, Mr. Savoini always took part in muscovite official dinners and meeting thanks to official invites signed by the Ministry of the Interior, even if Salvini states that he did not know why or with whom Savoini attended the events.

For his part, Salvini commented on Conte’s speech by saying: “I couldn’t care less.”


In the meantime, legal measures were taken against the participants to the Metropol meeting. In February 2019 — immediately after the publication of the first revealing article by L’Espresso — the Public Prosecutor’s Office of Milan opened an investigation for international corruption for Gianluca Savoini. On July 15th, 2019 Savoini received an invitation to appear in Court and relate abut the case, but he invoked the right to remain silent.

Later on, following BuzzFeed’s article, Mr. Meranda and Mr. Vannucci were officially indicted and the Custom Corps searched their houses, along with Savoini’s one. What they found there is, up to now, confidential but different newspapers leaked that the police could have got hold of records and chats crucial for the unfolding of the judicial procedures.


July 27th, 2019. To be continued

Come, dove e perché l’Italia esporta 5,2 miliardi in armamenti

Il 13 Maggio la Camera dei Deputati ha finalmente reso pubblico il report “sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” relativo all’anno 2018.

Il documento porta la firma del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giancarlo Giorgetti, e arriva con il consueto mese di ritardo rispetto alla deadline prestabilita. Un tomo diviso in due volumi (parte 1 — parte 2) per un totale di quasi 1500 pagine di dati, numeri, tabelle e resoconti riguardo ai 5,2 miliardi di euro esportati dall’Italia sotto forma di armamenti convenzionali a livello mondiale nel corso del 2018. I dati contenuti nel report sono ambigui e, spesso, preoccupanti.

Inizialmente, è doveroso segnalare come il totale delle esportazioni si trovi oggi in un trend negativo passando da un picco di quasi 15mld nel 2016 a 10mld nel 2017 e, ora, ad “appena” 5,2 miliardi di euro nel 2018. Un calo del 53% rispetto all’anno precedente.

Fonte: Rapporto sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento 2018

In realtà, però, l’esperto di politiche di sicurezza e difesa Giorgio Beretta fa notare come questo sia un “calo fisiologico” dovuto “ai consistenti ordinativi di armamenti assunti negli anni scorsi”. In pratica, il triennio 2015–2017 è stato caratterizzato da una serie di ingenti “mega-commesse” per più di 32 miliardi di euro in sistemi militari complessi — da parte soprattutto di Qatar e Kuwait — che le aziende italiane stanno ancora smaltendo. Nel 2018, invece, l’Italia ha visto ampliarsi la platea di acquirenti fatturando un maggior numero di ordini di importo minore. Un pattern che, secondo la Rete Italiana per il Disarmo, è “paradossalmente ancora più preoccupante”.

Il Governo Conte non ha quindi alcun merito nella riduzione — fisiologica, come abbiamo detto — del totale delle esportazioni di armamenti e non ha di certo intrapreso alcuna iniziativa per cercare di ridurre o controllare la cifra. Anzi. A Gennaio 2019 il Ministero della Difesa ha promosso la campagna navale della Fregata Europea Multi Missione “Carlo Margottini”che, salpando dal porto di La Spezia, ha intrapreso un tour in Medio Oriente e nel Mar Arabico proprio per promuovere l’industria bellica nostrana e cercare nuovi contratti nella zona del Golfo Persico.

Un altro dato particolarmente significativo che emerge dalla relazione riguarda i destinatari degli armamenti. Il 72% delle autorizzazioni alla vendita è rivolto a paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla NATO, con il 48% delle esportazioni indirizzate a Nord Africa e Medio Oriente.

In cima alla classifica degli importatori troviamo paesi fortemente instabili dal punto di vista politico e colpevoli di numerose e dichiarate violazioni dei diritti umani: il Qatar al primo posto, seguito da Turchia, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti. Al decimo posto si colloca l’Egitto di Al Sisi.

Fonte: Rapporto sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento 2018

Come affermato dall’Osservatorio Diritti, i casi più problematici sono Arabia Saudita ed Egitto.

Nel 2018 infatti il governo italiano ha concesso autorizzazioni per più di 13 milioni di euro all’Arabia Saudita, da anni impegnata in una guerra con lo Yemen dall’impatto umanitario ormai fuori controllo. Proprio per questo, già dal 2017 il Parlamento Europeo ha approvato diverse risoluzioni volte a chiedere agli Stati membri di porre un embargo sulle forniture militari agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita. L’Italia, a differenza di altri paesi, non ha attuato alcuna sospensione effettiva, limitandosi a qualche frase di circostanza sull’argomento: in una conferenza del dicembre 2019 il Primo Ministro Giuseppe Conte ha dichiarato: “Il governo italiano è contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen. Stiamo valutando quali conseguenze trarre” (qui il video, al minuto 1h 39). Poi, l’ennesimo nulla di fatto.

Le problematiche, inoltre, esulano dalla prospettiva umanitaria per addentrarsi nel legale. La legge 185/90 infatti vieta l’esportazione e il transito di materiali di armento “verso i paesi in stato di conflitto armato” e “verso i paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. Per evadere queste norme e continuare a commerciare con Ryad il governo italiano ha sempre sfruttato l’incertezza e la situazione di confusione generale che aleggia sul conflitto in Yemen, come per esempio il fatto che il bersaglio dei sauditi non sia uno Stato ma un gruppo di ribelli (gli Huthi).

Le relazioni internazionali e diplomatiche con l’Arabia Saudita sono poi diventate sempre più tese in seguito all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita a Istanbul nel dicembre 2018. Come forma di protesta molti paesi europei e non hanno deciso di bloccare le esportazioni di armi, mentre l’Italia ha proseguito con i suoi affari ignorando ancora una volta gli inviti dell’Unione Europea.

Per quanto riguarda l’Egitto, l’Italia ha esportato verso il Cairo più di 69 milioni di euro in armi, rendendolo così il terzo acquirente di armamenti italiani tra gli Stati non appartenenti all’UE o alla NATO. La rabbia e l’indignazione verso l’omicidio di Giulio Regeni — che ha scosso il paese nel gennaio 2016 — sembrano ormai un ricordo lontano.

Tutto questo diventa ancora più paradossale se consideriamo che proprio il Movimento 5 Stelle, partito di maggioranza e parte della coalizione attualmente al governo, agli esordi aveva fatto campagna proprio schierandosi contro le esportazioni di armi in paesi instabili o in situazioni di conflitto. Nel 2015 il deputato M5S Manlio di Stefano chiedeva all’allora governo Renzi: “Avete il coraggio di fermare questa vendita [di armi] per il bene di questi cittadini e il bene di quei paesi?”

Oggi, Di Stefano è sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Il 1 Marzo 2019, incalzato dalle domande di varie associazioni ecclesiastiche e umanitarie, ha completamente cambiato opinione affermando: “Il problema dello Yemen non si risolverà bloccando le esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita”. Ottimo.

Verona, 29th–31st March 2019

During the last weekend of March the streets of Verona, Italy were flooded with people who came from all over the world to take part in the 13th session of the World Congress of Families (WCF.) Therefore, for three days, Romeo and Juliet’s town was left into the hands of a fair share of ultra-Catholic, pro-life and intolerant men and women who consider the so-called “gender ideology” as the main evil of the modern world.

The origins of the Congress — which has been classified as a “hate group”by the Southern Poverty Law Center — trace back to a meeting held in 1995 between the American official Alan Carson and the Russian sociologist Anatoli Antonov, which ended with the foundation of an ONG based on the traditional idea of “family” the two men shared. From that moment on, Congresses started being organised sporadically until 2012, when they officially came to be annual meetings held virtually all over the world.

The WCF brings together a number of social groups, associations, NGOs and charities that discuss around typical far-right topics such as the potential dangers represented by permissive abortion laws, the shame of civil unions, the intrinsic subversive nature of feminists and the extreme threat posed by the LGBTQ+ community to every member of society. Among this hefty crowd it’s not unusual to spot politicians, Ministers or MPs and this year the event was even initially sponsored by the Italian Presidency of the Council of Ministers — who then withdraw the support among many controversies — and the Department for Family and Disabilities.

Particularly, the main stage of the Congress hosted the Italian Minister of the Interior Matteo Salvini (Lega,) the Minister for Families and Disabilities Lorenzo Fontana (Lega) and the Education Ministry Marco Bussetti (Lega) together with other prominent figures like, to mention but some, the notorious Senator Simone Pillon, FI’s leader Giorgia Meloni and Verona’s mayor Federico Sboarina. It also looks like the Congress caused (further) divisions within the Italian government, with Mr. Salvini strongly advocating in favour of it and the other Vice Prime Minister, Luigi di Maio (M5S) that didn’t even participate, stating that his party will not “celebrate the Middle Age in Verona.”

Furthermore, many radical associations fuelled the soul of the meeting with traditional ideas that do not allow for different perspectives to be even mentioned. I’m talking about concepts like the right to a free and legal abortion, the possibility of homosexual marriages or the understanding of women as independent individuals equipped with free will.

Loyal to the motto “God, homeland and family” the proud participants seemed happier than ever to exchange common views about the alleged decay of modern society, thorn by unspeakable sins and increasingly unwilling to redeem. Brian Brown — leader of the International Organization for the Family and Donald Trump’s close friend — claimed in front of an adoring crowd: “Let us stand together and fight for the Family. We are here to tell you that you’re not alone in this.” Filippo Savarese, the Italian spokesperson for CitizenGo, backed up the message by referring to the members of the public as “heroes.”

One of the main focal points discussed during the Congress was abortion. Many of the organisations which took part in it, in fact, define themselves as strong supporters of pro-life values and as such they tend to condemn every voluntary termination of pregnancy as wrong and, even worse, selfish. However, during the last couple of years these groups changed their communicative strategy: while before they loved using strong and fierce statements that were supposed to make people feel guilty about their decisions, they are now moving toward a more positive dialectic that allegedly supports for women and human rights while portraying a happy and cheerful family composed by a woman, a man and they’re enviable children.

One of the manifests of the WCF 2019
One of the manifests of the WCF 2019

However, despite this change of course, the attendees of the Congress were given a questionable key holder with the shape of a well formed fetus with spine, hands, feet and a face with closed eyes in order to raise awareness and deter people from aborting. The writing associated with it says: “Abortion stops a beating heart.”

Family Day gadget
.Source: Ilfattoquotidiano.it

Simultaneously, during the same weekend a completely different scenario coexisted with the WCF’s meetings. At least 30.000 men, women and children got organised to protest against the Congress and they gathered in Verona staging three days of impressive but peaceful demonstrations, with no acts of violence whatsoever.

Family Day Verona
Source: ANSA/Filippo Venezia via IlPost.it
Family Day Verona
Source: AFP/Filippo Monteforte via IlPost.it

Amnesty International found guilty of abuse

On February 6th, 2019 Amnesty International released a Staff Wellbeing Review report whose results exposed a situation of recurrent abuses, bullying and depression for thousands of the agency’s employees, which referred to the company working environment as “toxic”.

Key findings of the report admit that “working at Amnesty often places staff under exceptional stress” mainly due to the unmanageable workload for employees paired with conflicting priorities and demands; a poor leading culture at the top levels; lack of correct and transparent communication practices; lack of personal efforts’ recognition and virtually no management of failures.

When asked to assess the sentence “My wellbeing is a priority for Amnesty’s leadership”, 65% of respondents disagreed with it. A significant proportion of
Amnesty staff (39%) also reported that they have developed mental or physical health issues as the direct result of working at Amnesty. Employees demand for better guidance through the daily tasks their job puts them through and for effective resources related to mental health. A striking 35% of staff reported that they didn’t know how to access wellbeing resources and support services at Amnesty.

“I have never before worked in a place where everyone works so alone, where people barely talk to each other, where you can’t expect to get help and support from your colleagues”

Apparently, an abusive culture is brought forward from the very top levels of the London-based NGO. Many staff gave specific examples of experiencing or witnessing bullying by managers. There were multiple reports of managers belittling staff in meetings, deliberately excluding certain staff from reporting, or making demeaning, menacing comments like, “You’re shit!” or, “You should quit! If you stay in this position, your life will be a misery.” Further discriminations or harassments took place on the basis of gender and race with multiple accounts of abuses coming from women, staff of colour and people who identified as LGBTQI.


“A ‘martyrdom culture’ is present, which encourages people to sacrifice their own wellbeing because of the critical importance of the work.’”

The report was commissioned in August 2018 after the suicide of two Amensty’s employees. Gaëtan Mootoo — a 65 years old West African researcher who had worked for Amnesty for more than 30 years — took his life in Paris in May 2018 leaving a note in which he complained of work pressure and a lack of support from management. Amensty briefly responded to the note stating: “We are devastated by this.” Shortly after this tragic event the payed intern Roz McGregor, 28, was found dead. Her family claimed the victim had developed “acute anxiety” while working for the NGO’s office in Geneva over the course of five months.

Kumi Naidoo, Amnesty international’s Secretary General, defined the reportas “difficult to read” and “profoundly troubling” stating: “We are truly sorry […] the lesson has been learnt.” He committed to devise an action plan to change the course and end humiliating practices by March 2019.